I
l nostro percorso inizia al bivio/semaforo dell'abitato di S. Zeno, 108 m s.l.m.:
dove oggi sfrecciano automobili, autobus ed autocarri arrancava fino al 1957 il tram elettrico
della linea Caldiero/Tregnago, "nipote" del tram a cavalli inaugurato nel 1881. Quest'ultima data
ci sembra ormai remota perché sono state tali le trasformazioni tecnologiche e sociali avvenute,
che il luogo rischia di sembrarci un paesaggio "senza tempo". In realtà questo nucleo abitato, già
centro militare al tempo dei Longobardi, ha restituito tracce di una necropoli del VI° secolo a.C.
riferibile ai Veneti antichi.
Osservata l'architettura neoclassica della chiesa (eretta nel 1770 su un antico oratorio),
svoltiamo a destra (Via Cerini) fra una doppia fila di case: al n. civ. 60 notiamo una preziosa
edicola (sec. XVIII-XIX°) con scolpiti la Madonna con il Bambino e col S. Giovannino , un tema di
religiosità popolare già raffigurato (inizi sec. XVI°) nei dipinti di Leonardo da Vinci.
La strada prosegue verso est inoltrandosi nel paesaggio agrario, abbandona il
fondovalle e si inerpica fiancheggiando villa Vanzetti col suo mosaico di edifici e col parco di
alberi ultracentenari (es. cedri del Libano).
A metà versante l'asfalto lascia il posto allo sterrato (erano tutte così fino a circa 70
anni fa!), mentre nel paesaggio collinare affiorano progressivamente gli elementi del geomosaico
locale: i calcari eocenici e i tufi vulcanici che ricoprono (più a nord) gli strati della Scaglia
Rossa, un puzzle di rocce risalenti ad epoche comprese fra 90 e 35 milioni di anni fa circa.
Dopo un'ultima semicurva a strettoia, ci affacciamo su un valico verso la valle di
Cazzano: siamo a Bocca Scalucce, 178 m s.l.m. , un particolare mosaico geomorfologico modellato fra
i calcari della media dorsale (a sinistra, verso nord) e le rocce vulcaniche (tufi basaltici) che
ne costituiscono la parte sud (da Monte Nanfre a Borgoletto).
Risaliamo a sinistra: subito dopo, i calcari affiorano sulla strada di dorsale che
sale verso il castello di Illasi. Sul lato sinistro ci troviamo ora affacciati sulla Val d'Illasi:
se ne percepisce il fondovalle piatto originato da imponenti depositi alluvionali, derivati dallo
scioglimento delle lingue glaciali che, fino a 20.000 anni fa circa, occupavano, a nord di Giazza,
l'alta valle. Proseguendo, incontriamo sul lato destro della strada dei tratti di marògne (muretti
a secco) costruiti in pietre calcaree biancastre : su alcune di queste si osservano strane forme
stratificate. Sono i resti fossili delle nummuliti, organismi marini lenticolari che vivevano in
grandi colonie sui fondali non molto profondi che, circa 50 milioni di anni fa, occupavano questa
zona.
Poco più avanti, gli stessi fossili occhieggiano sciolti fra le argille rosse dei campi
(loc. Màcia del Vento): sono i scheéti, piccoli "soldi di pietra" della tradizione popolare.
Affacciandosi sulla valle di Cazzano scopriamo che questa è molto più profonda della parallela
valle di Illasi, appunto perché il torrente Tramigna, diversamente dal progno di Illasi, non fu mai
alimentato dalla fusione di ghiacciai.
Ritorniamo verso Colognola, non prima di aver dato uno sguardo, sull'ultimo orizzonte nord
verso Giazza, al profilo del Carega, solo per ricordarci che il paesaggio geologico in cui ci
troviamo è un mosaico "esteso per 200 milioni di anni" circa, tanto quanto l'età delle più antiche
rocce veronesi, quelle delle cime più alte.
Riattraversato il valico di Bocca Scalucce, osserviamo che su questo lato meridionale
emergono solo rocce nerastre: sono i resti di grandi effusioni (non eruzioni) vulcaniche
sottomarine avvenute fra 55 e 30 milioni di anni fa, quando nei fondali di allora il magma defluì
da profonde fratture della crosta terrestre, qui come nelle attuali aree del colle di S. Briccio e
della Rocca di Calmiero.
Ripresa la strada verso sud, poco dopo costeggiamo una grande muraglia di sostegno dei
terrazzamenti, sintesi delle trasformazioni ambientali avviate già dagli agricoltori di 5000 anni
fa.
Poco oltre, imbocchiamo, a destra, un sentiero che ci conduce verso nuovi coltivi: fra
questi terreni vulcanici affiorano numerosi frammenti di ostriche fossili, tracce sorprendentemente
integre degli antichi fondali marini in seguito sconvolti dal vulcanismo.
Rientrati sulla via principale e giunti a Borgoletto (forse dal tedesco burglehn, cioè
"abitazioni intorno al castello), giriamo a sinistra verso Monte Casteggioni, cui si arriva
proseguendo lungo la strada per S. Vittore>Soave. A lato della Pizzeria Panoramica svoltiamo a
sinistra e, dopo una breve salita, siamo già a Monte Casteggioni, un'altura formata da basalti
vulcanici, sede di un avamposto fortificato altomedievale (sulla motta, il monticello che si eleva
sul lato nord del colle?). Circa 30 anni fa su questa altura emersero, durante gli scavi edilizi,
le fondazioni di numerose case seminterrate: scavi archeologici e la raccolta di numerosi frammenti
di vasi hanno confermato che questo colle fu abitato già 3000 anni fa circa. Nel IV° secolo a.C. fu
sede di un importante villaggio, forse difeso da cinte di muri a secco; in quegli stessi secoli
altri abitati sorgevano sul colle di S. Briccio e sulla Rocca di Caldiero. I reperti rinvenuti ci
parlano di una società di allevatori (ovini, bovini e maiali) e di orticoltori (orzo, miglio e
legumi). Forse la tradizionale coltivazione dei piselli (l'omonima sagra si celebra in maggio dal
1957) affonda le sue radici non solo nella fertilità dei soleggiati terreni vulcanici, ma anche in
quei primi orti. Pare invece che la caccia (a cinghiali e cervi) non fosse molto praticata. Il
vasellame d'uso era probabilmente prodotto sul luogo; vi si praticava inoltre la tessitura della
lana, ma anche attività fusorie del bronzo e la lavorazione del corno di cervo. Del resto il
rinvenimento di incisioni alfabetiche (di tipo retico) su frammenti di vaso, ci parla di una
società complessa probabilmente già articolata in professioni e caste, simile a quella raffigurata
a sbalzo sui preziosi secchi di bronzo rinvenuti nelle contemporanee necropoli di Este.
Una breve passeggiata fra le villette ci permette di affacciarci all'estremità
sud/est del colle: là dove ora, ai piedi del Monte Bissone, scorrono la strada statale e
l'autostrada, nel 148 a.C. i legionari romani fecero passare (quasi in riva all'Adige antico) la
Via Postumia, prima grande strada che congiungeva Genova ad Aquileia passando per Verona. Poiché il
percorso attraversava regioni non del tutto conquistate, anche in questa zona fu insediata una
guarnigione militare, cioè una piccola colonia (coloniola). Così i piccoli abitati protostorici di
M. Casteggioni e S. Zeno divennero il vico Colonias (855 d.C.), poi il paese medievale di Coloniola
(1001 d.C.), ed infine Colognola (1213 d.C.).
Ritornati verso Monte, passiamo dal piazzale della chiesa parrocchiale (sec. XV°- XVII°),
dedicata ai SS. Fermo e Rustico, sia per spaziare sul panorama che per osservare la splendida croce
(con scolpiti i simboli della Passione) del 1772 (foto 9).
Quest'area
sommitale ha restituito tracce sia romane (es. un'ara, dedicata a Diana Lucifera e alla Luna, oggi
conservata al Museo Maffeiano di Verona), sia dell'originaria chiesa gotica; frammenti
architettonici e uno stemma comunale (datato 1558) sono murati sulla facciata della chiesa.
Scendiamo quindi per la grande scalinata fino alla sottostante Piazza Roma: la merlatura del
muro di cinta di Palazzo Cavalli-Peverelli (civ.2) è ritenuta traccia residua del castello
esistente già nell'XI° secolo (era feudo dei conti Nogarola) e distrutto dalle milizie comunali
veronesi nel 1231.
Proseguendo infine a destra e scendendo per l'acciottolato di Via Mezzomonte, si
raggiunge la frazione di Villa: in quest'area pedemontana si accamparono i veterani della XI°
Legione Claudia, dando origine, quasi 2000 anni fa, alla Coloniola. In questa zona (area di Villa
Fano) fu ritrovato (1819) un frammento marmoreo con dedica al dio Silvano. Tuttora si può ammirare
un'altra croce marmorea del 1769 simile a quella prima osservata a Monte. Da qui due strade
riportano a S. Zeno.
